Oggi più che mai siamo uniti da legami invisibili e globali. Le connessioni cancellano i limiti di tempo e di spazio, viaggiando da un macro-spazio fatto di fibra ottica, router e nodi di reti complesse fin dentro i micro-spazi più intimi delle nostre case.

Come mai prima d’ora, Free Mind Foundry fa affidamento sulle connessioni rese possibili dai ponti digitali.

L’emergenza globale che stiamo affrontando ci costringe a lavorare da casa, cambiando completamente le nostre abitudini personali e professionali. Abbiamo dovuto riorganizzare all’improvviso il nostro spazio di lavoro e i nostri orari per adattarli a un nuovo modo di vivere e di lavorare, che ci obbliga a confrontarci sia con gli aspetti positivi sia con quelli più insidiosi dello smart working.

Comprendere il significato di smart working non è così intuitivo come si crede. È stato definito come un nuovo approccio basato sul dare alle persone flessibilità e autonomia nel raggiungimento degli obiettivi. È un modello organizzativo che interviene sul rapporto tra individui e aziende.

Oltre a essere un modello di lavoro funzionale, adottato in misura sempre crescente dalle aziende, lo smart working rappresenta una soluzione positiva nei casi di emergenza, come quella che stiamo affrontando a livello globale a causa del COVID-19. Ovviamente lo smart working non può fermare la pandemia, ma può attenuare le ripercussioni economiche e sociali che questa emergenza potrebbe causare. Permette alle persone di continuare a fare business in modo virtuale e da remoto.

Un aspetto insidioso dello smart working consiste nel fatto che non è una semplice iniziativa di welfare aziendale: presuppone un percorso di profondo cambiamento culturale e richiede un’evoluzione dei modelli organizzativi aziendali. Ciò significa che serve un certo lasso di tempo perché un’azienda si adatti a questo nuovo paradigma operativo, una risorsa che lo scoppio improvviso della pandemia non ha concesso.

Quali sono dunque i segnali di base che indicano che lo smart working “funzionerà” davvero? Le aziende devono assicurarsi di rispettare tre principi:

  • Hanno costruito un rapporto di fiducia tra manager e dipendenti. Il rapporto deve fondarsi sull’affidabilità piuttosto che sul controllo.
  • Sfruttano tecnologie collaborative smart anziché sistemi di comunicazione rigidi come le e-mail, in modo da permettere ai lavoratori di interagire immediatamente tra loro.
  • Si assicurano che i propri dipendenti dispongano di tutti gli strumenti giusti per essere pienamente operativi da casa.

Infine, perché le aziende siano pienamente efficienti mentre i loro dipendenti lavorano da casa, occorre ripensare i vecchi modelli di business, che vanno rimodellati verso le frontiere del change management. Questo nuovo approccio pone la singola persona al centro dell’organizzazione, con l’obiettivo di far convergere obiettivi personali e professionali, garantendo così una maggiore produttività aziendale.

D’altra parte, l’emergenza globale che stiamo vivendo sta svelando un altro aspetto importante, non puramente professionale: lo smart working garantisce un legame diretto con i nostri colleghi non solo come professionisti, ma anche come persone. I nostri manager e colleghi non sono soltanto ingegneri, sviluppatori, addetti alle vendite e project manager: sono uomini e donne, padri e madri. Attraverso le videochiamate entriamo virtualmente nelle cucine o nei salotti gli uni degli altri, conosciamo i partner dei nostri colleghi che magari passano per caso davanti allo schermo o i loro figli che spuntano all’improvviso dalla webcam del pc. Li vediamo in tuta e senza sovrastrutture, perché a casa non serve essere qualcuno.

Inaspettatamente, questa emergenza globale sta avvicinando le persone. Sta evidenziando come il lavoro (smart) dipenda da connessioni digitali, comunque alimentate dalle persone. Sta sottolineando come ciascuno di noi debba fare la propria parte affinché, insieme, si possa superare la sfida come squadra e come azienda.

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